Convegno CGIL Funzione Pubblica “BUDGET DI SALUTE”

Posted By on Feb 6, 2018 |


Convegno CGIL Funzione Pubblica “BUDGET DI SALUTE” – 31 gennaio 2018

ALMM Onlus – Dott.ssa Barbara Bosi

 

Un Progetto Terapeutico Riabilitativo Individualizzato con Budget di Salute rappresenta una modalità di reinserimento sociale di persone soggette a forme di esclusione. Progetto che muove, come la Psicologia di Comunità ci insegna introducendo, anni or sono, il concetto di Empowerment Psicologico e Sociale, dalla parte sana, dalle capacità residue e le abilità possedute e sospese dalla malattia. L’obiettivo primario è restituire possibilità di scelta, partecipazione e diritto di cittadinanza nel contesto sociale di riferimento.

Le numerose pubblicazioni sull’argomento individuano nel BdS un’alternativa al modello biomedico fondato sulla responsabilità centrale/contenitiva e rivolto ad un cittadino assistito/passivo, proponendo invece inclusione sociale e sussidiarietà.

Coinvolge vari attori di un territorio in un’ottica di coprogettazione, cogestione e condivisione delle responsabilità e delle scelte riabilitative. Rende possibile la partecipazione attiva delle persone al proprio percorso di cura, di riappropriazione dei diritti e delle libertà di scelta.

Si delinea dunque come uno strumento di attuazione dell’integrazione sociosanitaria e della presa in carico integrata, ponendosi tra gli obiettivi primari quello di far sì che una persona fragile possa identificarsi come soggetto attivo e produttivo.

Nel “Manuale pratico per l’integrazione sociosanitaria. Il modello del Budget di salute” scritto dal Dottor Starace nel 2011 troviamo questa definizione del BdS: “Una sintesi delle risorse economiche, professionali e umane necessarie per innescare un processo volto a ridare ad una persona, attraverso un progetto terapeutico riabilitativo individuale, un funzionamento sociale accettabile, alla cui produzione partecipano il paziente stesso, la sua famiglia e la sua comunità La caratteristica peculiare del BdS è di essere strutturato sui bisogni e per questo di essere flessibile e non legato ad un tipo particolare di servizio o ad uno specifico erogatore”.

Vi troviamo chiaramente espressa anche la condizio sine qua non: “la necessità di gestire l’estrema complessità originata dall’impegno di due sistemi – quello sociale e quello sanitario – centrati sulla stessa persona, che però non sono abituati a dialogare tra loro. Sistemi che hanno storie, culture, modalità di assessment e di intervento molto differenti”.

Citando poi Saraceno “la salute non coincide con la sanità. L’assistenza sanitaria incide solo per il 15% sul miglioramento dello stato di salute di una popolazione, mentre per ben l’85% sono i determinanti sociali (reddito, livello d’istruzione, ambiente di vita,alimentazione, attività lavorativa) a condizionare lo stato di salute delle persone. Di qui la necessità di ripensare la sanità, orientando ogni azione verso una costruzione sociale della salute”. (B. Saraceno, 2014).

In questa ottica, dunque, non stiamo parlando di un organo malato, ma di una persona con tutto il suo corredo di storia, valori, scelte e caratteristiche, che a causa di una disabilità psichica vede grandemente ridotte le proprie possibilità di esercizio dei diritti, primo tra tutti quello alla salute.

E stiamo parlando, a 40 anni dall’approvazione della Legge 180, del “ritorno al sociale”, del ruolo fondamentale del reinserimento nel territorio, del valore riabilitativo della casa e del lavoro. Stiamo parlando degli aspetti sociali della malattia mentale, della persona con disagio psichico che non è solo malata ma conserva una parte sana, del suo diritto alla cura, al lavoro, della lotta allo stigma e così via. Del necessario dialogo e confronto tra Enti, Servizi, erogatori di servizi, associazioni presenti sul territorio.

Come Associazione che da Cinquant’anni (dalla lectio magistralis di Basaglia in poi) tutti questi concetti da sempre sostiene e promuove, non possiamo che essere lieti di parlarne oggi apponendo un titolo nuovo a concetti fondanti il diritto alla salute di ogni Cittadino di uno Stato democratico.

Ne parliamo oggi qui, insieme, per individuare possibili percorsi di reinserimento sociale di operatori e pazienti che usciranno dal circuito psichiatrico residenziale (un 30% circa dei pazienti). Con la speranza di estenderlo ad un numero ben più rappresentativo di Cittadini in carico ai Servizi di Salute Mentale della Regione Piemonte.

Uno dei limiti del riordino della residenzialità psichiatrica piemontese è che interviene sulle strutture residenziali, ma nulla dice sui percorsi di sostegno alla domiciliarità, la rete di alloggi supportati, la formazione qualificata e il reinserimento lavorativo. A questo si somma la preoccupante riconversione prevista dalla DGR del 3 agosto 2017 – n. 73-5504 dei circa 600 posti letto delle Case di Cura, destinati fino ad oggi alla lungodegenza, a luoghi residenziali – riabilitativi. La specifica collocazione decentrata delle Cliniche e la loro strutturazione ci pare rappresentino una preoccupante inversione di rotta dal “ritorno al sociale” di cui oggi stiamo discutendo.

Ma tornando alla residenzialità psichiatrica e al suo riordino, l’assenza di una normativa su elementi quali la domiciliarità, gli alloggi assistiti, la formazione ed il lavoro, a quanto pare necessari all’attuazione del BdS, ha forse già contribuito in questi anni a rendere difficoltosa la dimissione dei pazienti dalle strutture residenziali, luoghi in cui si sono trovati a vivere per decenni, rendendoli più simili a luoghi di lungodegenza che luoghi con vere funzioni terapeutico riabilitative.

I progetti residenziali di questi 40 anni non si sono rivelati all’altezza delle aspettative: la percentuale di reinserimento nel tessuto sociale e di riacquisizione una casa o di un lavoro è molto bassa.

Riteniamo che gli strumenti di valutazione degli esiti degli inserimenti, la verifica degli obiettivi e la capacità terapeutico riabilitativa dei luoghi di cura non siano forse rientrati in un sistematico approccio di programmazione sanitaria quali assunti fondamentali per la verifica dell’efficacia di un sistema di cura, da cui consegue la possibilità di “pesare” i costi in funzione dei benefici.

Detto in parole semplici, comprendere se a tanta spesa corrisponde tanta salute, media salute, poca salute.

Il BdS si profila come una grande opportunità per le Persone che afferiscono ai Servizi di Salute Mentale della Regione se:

  1. Sarà avviato un costante e costruttivo dialogo tra sistema sanitario e sistema sociale, garantendo la continuità terapeutica e la rivalutazione della compartecipazione alla spesa per singolo progetto terapeutico riabilitativo;
  2. Saranno individuati e regolamentati i passaggi mancanti del percorso di riabilitazione psicosociale: assistenza domiciliare, alloggi supportati, formazione e lavoro;
  3. Saranno individuati degli strumenti efficaci di informatizzazione della cartelle cliniche (la storia clinica di una Persona) e di condivisione delle informazioni tra i vari attori coinvolti nel percorso di cura e riabilitazione;
  4. Saranno individuati strumenti di programmazione sanitaria per la salute mentale e strumenti di verifica degli esiti degli interventi;
  5. Saranno investite risorse (economiche ed umane) per i Servizi di Salute Mentale territoriali;
  6. Saranno investite risorse per la sensibilizzazione del territorio e per contrastare la rappresentazione sociale della malattia mentale che, ancora oggi, porta con sé concetti di pericolosità e paura;
  7. Saranno coinvolte le parti sociali in un vero processo di coprogettazione e cogestione attingendo a tutte le risorse della rete territoriale.

Ma ciò che riteniamo fondamentale è che si parta dalle Persone.

Ad oggi la libertà di scelta per chi ha un disagio psichico è stata riconosciuta solo a chi si trovi ad entrare in un circuito residenziale (ad oggi parliamo di 3000 persone su 50.000 persone in carico ai servizi piemontesi).

Ad oggi non è possibile decidere dove curarsi sul territorio o chiedere di cambiare il medico Psichiatra. Ad oggi non abbiamo chiaro quante Persone abbiano partecipato in modo attivo alla stesura e sottoscrizione di un progetto di cura individualizzato e quanti di loro ne abbiano ricevuto una copia.

Se di partecipazione attiva e diritti esigibili vogliamo parlare, dobbiamo chiederci quanto siamo disposti a considerare Cittadino anche chi da un poco di matto e chiederci se davvero siamo convinti che la follia non coincida, nelle nostre menti, con incapacità e inabilità.

Perché se davvero questo intendiamo fare dobbiamo essere disposti e avere il tempo per entrare in relazione con le Persone accogliendole, ascoltandole, individuando le loro capacità, la loro parte sana, scoprire i loro desideri e i loro progetti, accompagnarli nelle loro scelte. Convinti che nessuno possa scegliere il meglio per un’altra Persona me debba “aver cura” di quella Persona nel suo faticoso riappropriarsi del diritto a vivere insieme agli altri.

Certi, da sempre, che queste Persone abbiano pari diritto di vivere insieme a tutti gli altri. Altrettanto certi che non sia bastato abbattere le mura fatte di mattoni e sbarre alle finestre del Manicomio, ma che si debba continuare a smantellarne le pericolose tracce ancor oggi evidenti nelle menti di molti e nelle conseguenti prassi che rischiano di assolvere a funzioni di isolamento e controllo sociale della malattia mentale.

Franco Basaglia ha espresso questi concetti in molte sue conferenze e chiudo con le sue parole:

“Non potendo più escludere come problema il malato mentale, si tenta infatti ora di integrarlo in questa stessa società, con tutte le paure e pregiudizi nei sui confronti che l’hanno sempre caratterizzata, mediante un sistema di istituzioni che in qualche modo la preservi dalla diversità che il malato mentale continua a rappresentare.

Ora ci sono due strade da seguire: o decidiamo di guardarlo in faccia senza più tentare di proiettare in lui il male da cui non vogliamo essere toccati, considerandolo un problema che deve fare parte della nostra realtà e quindi non si può eludere, o affrettiamoci, come la nostra società sta già tentando di fare, a sedare la nostra ansia, erigendo un nuovo diaframma che aumenti la distanza, appena colmata, fra noi e fra loro, e costruiamo subito un bellissimo ospedale”

 

(F.Basaglia)